Buse mole

Cave

Comune: Sedico

Indirizzo: loc. “I Conch”, Libàno

Coordinate: 46°08’58.0″N 12°09’52.3″E 46.149436, 12.164514

ACCESSIBILITA’
L’accesso all’area delle cave è in cattivo stato di manutenzione e quindi può risultare poco agevole.
La località è raggiungibile da Belluno, portandosi prima alla frazione di Tisoi, seguendo quindi via San Simon fino all’omonima chiesetta; di fronte all’edifico sacro si diparte una strada sterrata (privata) che conduce alle principali cave di Tisoi e Libano; la vecchia strada di servizio, che scendeva dal paese di Libano, è franata dopo la chiusura delle attività ed è attualmente impraticabile. Altre cave sono dislocate nei pressi della vicina frazione di Corlonch.


CONTATTI
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Nella zona compresa tra Libàno di Sedico, Tisoi e Bolzano Bellunese (queste due località in comune di Belluno) per secoli e fino al 1963, fu fiorente l’attività di estrazione della pietra arenaria, utilizzata nella produzione delle mole per affilare armi bianche, attrezzi agricoli e strumenti da taglio. Lo sfruttamento di queste cave (buse) sembra essere iniziato già in epoca romana, prima a cielo aperto poi in galleria.
Le caratteristiche del materiale (arenarie quarzose a grana fine e omogenea, molto compatte) garantivano la massima qualità del prodotto finito, tanto che le mole, di varie dimensioni a seconda dell’uso, oltre che in tutta Italia (ad esempio, a Maniago per i coltelli), venivano esportate in tutto il bacino del Mediterraneo, nel Mar Nero e anche in Germania, Bosnia, Albania e nei paesi anglosassoni. Le cave in territorio di Libàno, in località I Conch lungo il torrente Gresàl, offrivano un’arenaria particolarmente adatta alla realizzazione di mole di grande diametro che trovavano impiego nella produzione e commercializzazione delle spade. Si può quindi ragionevolmente supporre che le mole ad acqua, presenti in molte rappresentazioni iconografiche, provenissero proprio dalle cave bellunesi.
Addetti all’estrazione e alla lavorazione dell’arenaria erano i molàs, la cui grande abilità tecnica si affinò nel corso dei secoli (lo scavo venne infatti effettuato a mano fino agli anni 1942/43), tramandandosi di generazione in generazione. Tra essi si distinguevano i cavadori, che entravano nelle gallerie per estrarre il materiale grezzo in lastre o blocchi dello spessore voluto, mentre altri restavano all’esterno a rifinire le mole, riducendole alle dimensioni richieste e conferendo loro la tipica forma rotonda. A seconda dell’utilizzo a cui erano destinate, il loro diametro poteva variare tra i venti centimetri e i due metri e lo spessore tra i sei centimetri e il mezzo metro.

CURIOSITA’
Geologicamente, la pietra estratta appartiene alla formazione dell’Arenaria di Libano, risalente al Miocene (circa 20 milioni di anni fa) ed è nota ai paleontologi per i numerosi fossili di mammiferi marini, antenati dei delfini. È possibile che il ritrovamento di questi scheletri durante l’attività estrattiva, soprattutto in tempi antichi, abbia colpito la fantasia dei molàs, convincendoli che si trattasse dei resti di creature mitologiche, come i draghi. Forse non a caso, quindi, la chiesetta posta sui monti che sovrastano la zona venne dedicata a San Giorgio.
Un altro riferimento religioso lega questo sito alla produzione delle spade; infatti, l’ex chiesa parrocchiale tuttora esistente sopra l’abitato di Bolago di Sedico, documentata dal 1346, è dedicata ai santi Faustino e Giovita, caso unico nel Bellunese. Il fatto che i due giovani martiri, vissuti nel II secolo d.C. siano della città e della diocesi di Brescia, centro storico di produzione delle armi bianche, fa presumere un rapporto commerciale riguardante le mole.


BIBLIOGRAFIA:
De Vecchi G., Le cave di pietre molari. In: Ricordando. Storia e immagini del Comune di Sedico. Belluno, 1986.
De Vecchi G. & Canzan P.M., Libàno di Sedico. Notizie e immagini dei Canzan, dinastia di fotografi di paese. ISBREC, Belluno, 2000.
Filippin T., Storia di Bortolo, cavatore di pietre. Sismondi ed., Salgareda, 2015.
Perco D. (a cura di), Uomini e pietre della montagna bellunese. Quaderno 17 Museo Etnografico della Provincia di Belluno. Belluno, 2002.
T. Conte, F. Vizzutti, Tesori d’arte nelle chiese del Bellunese. Destra Piave, Provincia di Belluno Editore, 2014, p. 142.

www.bolzanobellunese.com

AUTORE: Manolo Piat